Don Fracesco Caravaglia - UNREGISTERED VERSION

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UN GIGANTE BUONO - RITRATTO DI DON FRANCESCO

RITRATTO  DI DON FRANCESCO CARAVAGLIA

IL GIGANTE BUONO

        
  Non è difficile delineare il ritratto di una persona semplice e rigorosa nel suo carattere e al contempo riccamente inesauribile di religiosità, umanità e fervore.

           Anche se in apparenza Don Francesco poteva dare l’impressione di essere un baluardo insormontabile, in realtà dietro questa apparenza si nascondeva un gigante dal cuore buono.

           Bastava una breve parola, uno sguardo rattristato, una preoccupazione anche solo silenziosamente accennata per sciogliere ed emozionare il suo cuore, per scatenare la sua magnanimità prospera di consigli, di aiuto, e di discrezione.


Diventava, invece, una montagna impossibile da scalare per i prepotenti, gli ipocriti e gli arroganti, che non sopportava e che combatteva alacremente quando lo mettevano in discussione oppure, sovente, quando offendevano la dignità della sua Parrocchia e della sua Chiesa, avendo alla fine sempre ragione dai fatti.

           Dalla sua Parrocchia, forse unica in tutta Italia, sono stati ordinati diversi sacerdoti. Non è stato un caso poiché Don Francesco, da attento Sacerdote, ha saputo cogliere in quei giovani ragazzi che allora frequentavano la sua Parrocchia quei segni di vocazione, a volte flebili e latenti, che Lui ha saputo percepire, amplificare e fortificare fino al sacerdozio, ed anche oltre.

           Come pure, non è un caso che dalla sua Parrocchia sono partite indimenticabili iniziative di risveglio religioso a livello cittadino, come la Settimana Mariana Zonale svoltasi nel 1980, l’annuale festa cittadina della Madonna di Fatima e la nascita di una nuova Parrocchia che oggi porta il nome di Sacra Famiglia.


Per non parlare poi della Manifestazione Canora e dei successi del Ravanusa Calcio.

           Dopo aver messo mano all'aratro Don Francesco non guardava mai indietro, poiché ben sapeva che chi solo avrà perseverato e lavorato con costanza fino alla fine sarà ricompensato dalla Grazia della Madonna e di Gesù Cristo.

           Con questa intenzione, Don Francesco ha esercitato nella sua Parrocchia il suo ministero con tutte le sue forze, consumando tutte le sue energie fino all’ultimo giorno delle Santissime Quant’ore, il 31 Gennaio 2007, al termine delle quali, tra sofferenze fisiche visibili, fu ricoverato in ospedale, del quale in precedenza ne aveva rifiutato il ricovero se prima non avesse concluso le Santissime Quant’ore !!

           Don Francesco Caravaglia se ne è andato in punta di piede.

           In effetti era quello che lui avrebbe desiderato, giacché i suoi onori, la sua passione, le sue gesta, la sua voglia di cambiare le cose, la sua tunica svolazzante nel vento e capace di tante iniziative non sono mai state per se stesso, ma per il Prossimo, per le persone e per quella società ravanusara che Lui amava profondamente e alla quale ha dato tanto, che voleva sempre, sempre, incessantemente migliorare, a volte ricevendo incomprensioni, amarezze e delusioni.

           Già nel lontano 1979 su un articolo pubblicato sull’Eco di Ravanusa un ignoto autore colse in pieno, e senza incertezza alcuna, la grandezza di Don Francesco Caravaglia, poiché, come ebbe modo di scrivere, “la sua leggenda, che da tempo ha varcato i confini di Ravanusa, continua, perché è vera, perché è vita, perché è libertà, perché è progresso, perché è umanità, perché è anche amore, perché è anche la verità che invano qualcuno vuole ancora fuggire”.

           Riportiamo pertanto quelle pregevoli parole:

           “Don Francesco Caravaglia, anche sé è uno dei pochi preti che conserva il vestire tradizionale dei sacerdoti, è uno degli uomini più moderni e coscienti dello umano vivere della nostra cittadina.

Vederlo in piazza vicino a molti giovani è cosa normalissima che dà subito la impronta delle dimensioni profonde del suo carattere.

           È l’amico di chi vuole vivere e di chi sa vivere.

           Scarta, però, i contestatori e i prepotenti, perché sogna un mondo corretto e leale, perciò è facile vederlo scontrare con qualche carattere ribelle.

           Ma è in queste circostanze che la sua personalità viene fuori tutta.

           Man mano che la discussione si accende il suo volto si fa paonazzo per trasformarsi via via in una brace mentre gli occhi sfondano i vetri degli occhiali e saettano lampi di furore in tutte le direzioni.

           Poi dopo un piccolo segno di Croce, l’ira si placa e torna il sereno sul viso con grande semplicità e senza nessuna ombra di rancore.

           Il dire pane al pane e vino al vino è la sua arma migliore ed è forse per questo che da Noi è molto apprezzato.

           Purtroppo, il suo amore per lo sport, per lo spettacolo gli ha procurato qualche grattacapo e spesso si è ritrovato sulle cronache dei giornali nazionali, ora per questa ora per quella avventura.

           Al vescovato di Agrigento questo prete popolare ed impulsivo ha dato serie noiette, ma anche molte soddisfazioni.

           Bisogna riconoscere che se la vocazione del sacerdozio non muore del tutto lo si deve alla azione dei preti come il nostro Padresquadra.

           Sono questi uomini nuovi della Chiesa: leali, sportivi, amanti della vita, che legano ancora un sottile discorso tra la Chiesa e gli ultimi rami di una gioventù sparita, rapita da un mondo che morde tutto.

Sulla faccia ossuta di Don Ciccio questa continua ribellione agli schemi tradizionali, voluti da un galateo ecclesiastico vecchio e logoro, è scolpita con segni profondi, ma continuamente si spezzano mossi da una luce di vittoria che si illumina nel suo stile e nella sua ferma azione di mutare tradizioni che oggi non hanno più senso di radici.

           Ascoltarlo quando porta avanti un programma di musica mattutina a radio Saraceno, vederlo quando cura il coro dei mini cantanti al cinema Trento o scrutarlo quando in silenzio accosta l’arbitro a satana durante una partita di calcio è rendersi conto che questo prete è un uomo giusto, buono per la Chiesa di Papa Wojtyla e buono per la cultura della società di Ravanusa.

Sono queste le persone per cui suonano le campane ed il male maggiore è che di esse si scrive e si parla poco e che in giro ve ne sono molto poche.

           A Camaiore ed un pochino prima di Camaiore Padresquadra ha litigato con i tifosi, a molti la cosa ha impressionato parecchio, mentre a Noi no, il contrario invece avrebbe destato perplessità. Infatti, un vero carattere non si deve smentire mai.

           Quella coppa Padresquadra l’ha vissuta tutta e non da ora e non vi è niente di male se ad un tratto, in soliloquio, avrà mormorato “Dio me l’ha data, guai a chi me la tocca”….

E nessuno gli vuole portar via la sua coppa e dopo questi sentimenti di esagerata passione, ma comprensibili, i tifosi lo hanno perdonato anche perché Lui li ha pure perdonati.

           Camaiore, pertanto, rimane per tutti un bel ricordo anche per il primo tifoso del Ravanusa.

           Tra una nebbia di intuizione vogliamo immaginare il suo tormento quando le palle pronte erano schierate sull’erba, in attesa che l’arbitro desse il fischio di avvio dell’ultima battaglia di Camaiore.

           Dopo, quando verso la fine il buon Conti ci mise la testa, venne l’estate anche per Lui.

           Termina cosi il profilo di Padresquadra ma la sua leggenda, che da tempo ha varcato i confini di Ravanusa, continua, perché è vera, perché è vita, perché è libertà, perché è progresso, perché è umanità, perché è anche amore, perché è anche la verità che invano qualcuna vuole ancora fuggire”.


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